ISOLE
Ieri è stata una bellissima serata.
Ti ho rivisto a cena per la prima volta dopo il tuo ingresso in carcere, 12 anni fa.
Sulla soglia di casa ti ho visto piccolo, curvo, ma con una luce speciale tutta attorno a te.
“Sono commosso, Stefano. E’ una cena speciale, questa, non potrei chiedere altro”, mi hai detto. Non eri il solo. Ero talmente emozionato da non riuscire a parlare.
Abbiamo mangiato tantissimo, e abbiamo bevuto di più.
Mi hai detto di avermi sempre sentito come un figlio, ed abbiamo parlato di Davide.
“I figli ti cambiano la vita. Senza la mia famiglia sarei morto”.
Poi, mi hai parlato del carcere.
“Ogni mattina devi alzarti da leone, Stefano. Ogni mattina. Se non lo fai, se solo una mattina ti alzi da pecora, là dentro ti fanno a pezzi”.
E mi hai raccontato. E non potevo crederci. I pestaggi. Il pittore. Le guardie. L’impiccagione. L’olio bollente. Le mazzette.
“Quello che ho passato là dentro non lo auguro a nessuno”, e io non ho bisogno di fare domande, perché la sofferenza è lì nei tuoi occhi, ma sono occhi bellissimi, indescrivibili.
Quella luce speciale, sì.
C’è cuore e anima, a tenerla accesa. E’ una luce forte, solida, oltre il dolore.
Mi dici che speri di uscire il prossimo anno, e mi dici cosa devi fare per averne la speranza.
Ti servono soldi. Tanti. Forse scrivi un libro.
Io ti ascolto.
“Quando uscirò... faremo una festa, quel giorno. Farò anche i 50 anni di matrimonio. Mangeremo di nuovo insieme”.
Adesso sei già ritornato dentro.
25 anni di carcere, di un carcere così inutile, non riesco nemmeno ad immaginarli.
Ripenso al pittore, immagino i suoi capelli, anche se non so perché.
Tornando a casa, Elena mi dice che tutto l’affetto si vedeva negli occhi di entrambi.
La farai, quella festa, vedrai che la farai.
Non vedo l’ora di farti conoscere Davide.
Ti voglio bene.









